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Carla Cerati, la fotografa che rimosse i lucchetti all’immaginario

Carla Cerati, la fotografa che rimosse i lucchetti all’immaginario

Poche immagini fotografiche hanno avuto l’effetto di scuotere le coscienze sino a determinare cambiamenti epocali. Tra di esse si annoverano certamente gli scatti che Carla Cerati (1926-2016) realizzò all’interno dei manicomi italiani. Una in particolare, in cui si vede un uomo con la testa rasata, accovacciato contro un muro, rivelò all’opinione pubblica che quegli istituti non erano case di cura in cui contenere le persone con problemi pisichici, ma angosciosi e violenti luoghi di segregazione.

Quella foto venne concepita per “Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin”, pubblicato da Franco Basaglia con la moglie Franca Ongaro, nel 1969. Il gruppo di lavoro che operava all’interno dell’ospedale psichiatrico di Gorizia nel 1967 aveva rimosso i lucchetti che impedivano la circolazione dei degenti nei reparti, e Basaglia l’anno successivo aveva pubblicato il testo “L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico”.

Lo scatto forse più emblematico di Carla Cerati nel lavoro "Morire di Classe", che le commissionò Franco Basaglia, e che realizzò con Gianni Berengo Gardin.
Carla Cerati, “Ospedale Psichiatrico”, Parma, 1968.

Basaglia chiese alla Cerati, che era conosciuta per essere la fotografa italiana più sensibile alle condizioni di fragilità, di fare un vero e proprio lavoro di reportage all’interno dei manicomi. Comprendendo la delicatezza dell’impegno, Carla Cerati domandò a Berengo Gardin di affiancarla, e insieme produssero immagini all’interno delle strutture di Gorizia, Ferrara, Colorno e Firenze, incontrando alcune resistenze da parte delle direzioni, ma in sostanza potendo operare con sufficiente libertà (in particolare naturalmente a Gorizia). La pubblicazione del volume venne anticipata da una mostra itinerante, e alcune foto finirono ne “I giardini di Abele”, il documentario che Sergio Zavoli stava realizzano per la televisione sulla stessa tematica.

Il volume con le foto venne editato da Einaudi. Aveva una copertina lilla e una grafica che poteva richiamare le pubblicazioni di design, non certo un lavoro politico e militante. Nella memoria collettiva il libro è spesso citato come un lavoro di Berengo Gardin, omettendo il contributo della Cerati. A conferma di quest’ “amnesia di genere”, il testo “Manicomi: psichiatra e antipsichiatria nelle immagini degli Anni Settanta”, che nel 2015 ha raccontato quell’epoca, è corredato da diverse immagini del primo, e nessuna della seconda.

Lungo un argine del fiume Arno, non lontano da Ponte Vecchio, cumulo di macerie con uno specchio nel quale si riflette il balcone con due persone affacciate nell'abitazione posta di fronte.
Carla Cerati, “Alluvione a Firenze”, 1966.

Nata a Bergamo il 3 marzo 1926 (in questi giorni ricorrono, senza troppo clamore e con qualche dimenticanza, il suo centenario e anche il decennale della morte, il 19 febbraio), Carla Cerati, animata dall’intenzione di diventare scultrice, aveva coltivato lo studio dell’arte figurativa, con l’intenzione di frequentare all’Accademia di Brera. Già a ventun anni aveva però abbandonato gli studi per sposarsi, assecondando le pressioni della famiglia, e cominciando a lavorare accanto al marito, che faceva il sarto.

La coppia si trasferisce a Milano nel 1952. Qui la Cerati avrebbe gradualmente approcciato il mezzo fotografico, prima scattando immagini famigliari, poi nella cerchia dei propri amici. Comincia a esplorare l’universo che sta fuori dalla porta di casa, utilizzando una Nikon, e portando sempre con sé in borsa un paio di pellicole. Percorre la città, “avida e curiosa come una bambina che ha appena imparato a leggere”. In un testo del 1970 ricorderà la prima abitazione milanese, al primo piano, con le finestre che guardavano su di una strada tranquilla, e di aver passato le giornate a spiare da quel punto di vista appartato. Non necessariamente le persone: animali, oggetti, paesaggi, muri, scritte. Si fa guidare dall’estro del momento. “Potevano attrarmi un quartiere sconosciuto, un temporale, una nevicata, due bambini che giocavano sul marciapiedi”.

Un bambino e una bambina giocano davanti a un portone in zona Fiera. a Milano, a metà degli Anni Sessanta. Lo scatto è di Carla Cerati.
Carla Cerati, “via Mosè Bianchi angolo via Correggio”, Milano 1967.

Acquistata a rate dal padre una Rolleiflex, si sarebbe dedicata inizialmente alle foto di scena, riprendendo gli spettacoli di Franco Enriquez al Teatro Manzoni. I riscontri positivi la convinsero a continuare in questa direzione, seguendo Strehler, Carmelo Bene, Tadeusz Kantor, sino ad avvicinare il Living Theatre nel 1967. Ad Avignone, davanti a “Paradise Now”, che inaugura il genere del teatro-happening, impara a osservare la fusione dell’azione tra attori e pubblico, che le rivela elementi essenziali a una rappresentazione non convenzionale del dramma.

Carla Cerati, “Living Theatre”, scena di gruppo in Antigone, Teatro Durini, Milano, 1967.

A fianco di questa produzione avvicina la fotografia di reportage, stringendo rapporti di collaborazione con alcune tra le più interessanti riviste dell’epoca, tra cui “L’illustrazione Italiana” e “Vie Nuove”, e documentando alcuni eventi che segnano quell’epoca, come l’alluvione di Firenze. Nel 1965 intraprende un lungo viaggio nel Sud, pubblicando su “Leader” un contributo di fotogiornalismo a marcato orientamento antropologico, intitolato “Maghi e streghe d’Abruzzo”, a cui segue “Sicilia uno e due”. La cartella “Nove paesaggi italiani”, disegnata da Bruno Munari, condensa il meglio di quell’esperienza. Renato Guttuso nel testo di presentazione scrive: “Si guardino queste foto, lentamente e a lungo: vedremo crescere queste immagini, rivelarsi sempre di più”.

Carla Cerati, “Curvilinea”, Marina Baie des Anges, Costa Azzurra , 1999.

Nel 1968 la mostra “Culturalmente impegnati” raccoglie le foto realizzate alla Libreria Einaudi di via Manzoni, durante gli incontri con Elio Vittorini, Umberto Eco, Gillo Dorfles. Questo tipo di produzione contempla anche i servizi commissionati negli anni successivi da “L’Espresso” che la utilizza come propria inviata agli eventi culturali. Si ricordano in particolare l’istantanea di Pasolini alla Buchmesse di Francoforte e la documentazione del passaggio di Andy Warhol alla Galleria Apollinaire di Milano, entrambe nel 1974.

In quello stesso anno la frequentazione della società milanese le darà occasione di pubblicare “Mondo Cocktail”, in cui offre la propria visione disincantata sui riti collettivi dell’alta borghesia. Senz’apparente soluzione di continuità, è lei a documentare la stagione della “strategia della tensione”, le manifestazioni operaie e studentesche, l’attività del movimento femminista, sino agli snodi cruciali della storia collettiva di quell’epoca, dai funerali di Giacomo Feltrinelli al processo Calabresi-Lotta Continua. L’impegno politico e civile la spingono ad avventurarsi nella Spagna franchista, durante uno dei periodi di repressione più dura, incontrando gli esponenti della cultura che resistono alle imposizioni e alla censura del regime, tra cui Joan Miró e Antonio Gades.

Uno degli scatti più iconici di "Mondo Cocktail", gli scatti che Carla Cerati nel 1968 dedico alla società milanese, mondana e presenzialista.
Carla Cerati, “Terrazza Martini”, cocktail organizzato dalla casa editrice Mondadori. Milano, 1968.

Esaurito l’interesse per il fotogiornalismo, concentra la sua ricerca su elementi prima geometrizzanti e poi compiutamente astratti. Tra i soggetti ci sono la Muralla Roja, il capolavoro architettonico di Ricardo Bofill, e ancora i segni delle impronte sul cemento e sulla sabbia, sino ai lavori condotti in collaborazione con la ballerina Valeria Maglia, dalla serie “Capricci”, a metà degli Anni Ottanta, e ai nudi di “Forma Movimento Colore”, di grande eleganza formale, che pubblica nel 1996.

Lo scatto realizzato da Carla Cerati di fronte alla Muralla Roja, iconico complesso residenziale postmoderno a Calpe, in Spagna, famoso per il suo design labirintico ispirato alle kasbah, gli esterni dai vivaci colori rosso, rosa e blu e la piscina sul tetto.
Carla Cerati, “La Manzanera”, la Muralla Roja di Ricardo Bofill. Alicante, 1976-1984.

Nel contempo dedica maggior energia all’attività letteraria. I suoi romanzi riscuotono ampio successo di pubblica e critica sin dagli esordi, con “Amore fraterno” (1973), passando per “Un matrimonio perfetto” (1975) e “La perdita di Diego” (1992), che giunge in finale al Premio Strega. Carla Cerati scompare nel 2016. In un’intervista del 1977 aveva detto: “La fotografia mi serve per documentare il presente, la parola per recuperare il passato”.

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